La Nostra Nuova Vita dopo l’Effusione dello Spirito Santo (Veronica e Giuseppe da Palma di Montechiaro AG)

Mi chiamo Veronica…Fino all’età di 6 anni ho vissuto una vita felice, modesta, ma fatta di coccole e calore familiare; quando ci sono piccole difficoltà si superano facilmente nella mia famiglia perché possiamo contare uno su l’altro. Mio padre, però, all’improvviso ci lascia per andare a vivere con un’altra donna. Mia madre si ritrova a crescere quattro figli e, con un cuore afflitto, si aggrappa alla fede evangelica. Nell’ambiente evangelico vivo le mie prime esperienze di fede, mi affido al Signore, ricevo il dono dello Spirito Santo. All’età di 11 anni però mia mamma, muore all’improvviso e noi ci ritroviamo soli.

La chiesa evangelica mi accoglie con amore, affidandomi ad una coppia senza figli con cui cresco serenamente (e che considero i miei attuali genitori). Le cose si complicano quando conosco Giuseppe, mio futuro marito. Lui è cattolico, io evangelica. I miei genitori mi mettono in guardia sulle future discussioni che sarebbero sorte a causa di una diversa confessione di fede. Accecata dall’amore, decido di andarmene da casa con Giuseppe, che viene denunciato dai miei genitori perché io sono ancora minorenne. Poco dopo mi trovano e mi trascinano in un istituto per due anni, anni lunghi e difficili in cui Giuseppe, che lavora ad un’ora di macchina dall’istituto, ha la costanza di portarmi due volte al giorno il pasto fattomi passare attraverso le sbarre di un cancello. Ricordo la bontà della Superiora a cui confido la mia più grande paura, che Giuseppe, fiaccato da così grandi sacrifici, si sarebbe stancato di me e mi avrebbe lasciato sola. Le mie sorelle mi dicono di aiutarmi, a patto che io lasci Giuseppe; io scelgo di restare in istituto pur di avere Giuseppe. Ancora minorenne, con il permesso del vescovo sposo Giuseppe con la speranza di vivere felicemente con lui. Ma sento che il Signore è lontanissimo da me, continuo ad andare a Messa ma vuota entro e vuota esco. Nonostante siano trascorsi dieci anni dal mio essere diventata cattolica, non sento quella comunione con Dio che, invece, ricordo di avere avuto quando ero evangelica.

I miei genitori adottivi un bel giorno suonano alla nostra porta per fare la pace, pace che mette fine a sette anni di separazione. Mia madre mi ripete di tornare alla vecchia fede e io finisco per confondermi ancora di più le idee. Comincio a pregare di nascosto, chiusa in bagno, leggo in segreto la Bibbia e prego per la conversione di Giuseppe che si dichiara cattolico ma di fatto vive nella bestemmia e nel peccato. Un giorno vengo invitata a partecipare ad un incontro di preghiera della Comunità “Gesù Ama”; rimango stupita dall’accoglienza e dal modo di lodare Gesù, così diverso da quello che immagino essere la preghiera cantilenata dei cattolici. Torno a casa e mio marito mi invita ad andare a Messa, ma mi vieta di mettere piede in quel gruppo. Per altri due anni prego il Signore affinché io trovi la strada giusta per servirLo insieme a Giuseppe. Arrivo a pensare addirittura che togliendomi la vita io possa mettere fine a questa lotta interiore; so che cosa il Signore ha fatto per me, so che gli ho voltato le spalle e ciò mi lacera il cuore. Non rido più, non sono mai contenta, piango sempre. Per di più, l’atteggiamento di Giuseppe blocca ogni mio tentativo di “abbandonarmi” nelle mani di Dio, perché lui etichetta quelli che cercano Dio come suore e mezzi preti.

Un giorno Giuseppe arriva a casa dicendo che è stato invitato ad un incontro di preghiera della Comunità “Gesù Ama” e rimango basita quando mi dice che dobbiamo andare. Durante la preghiera rimane scosso nel vedere le manifestazioni del Riposo nello Spirito e andiamo via di corsa. Arrivati a casa però ha un ripensamento, dice “quella gente ci ha accolto, ha pregato per noi e noi siamo scappati come due ladri”. Così sente il bisogno di tornare indietro per salutare quelle persone, ma una volta fatto questo si convince che ciò che ha visto non è chiesa e decide che non saremo più andati agli incontri di preghiera. Io, a malincuore, faccio come chiede. Il sabato successivo però inaspettatamente, Giuseppe è al lavoro, mi chiama e mi propone di andare alla preghiera! La mia risposta è prontissima: “Sì”. Quella sera inizia la nostra nuova vita, fatta di momenti di gioia ma di altri ancora molto difficili, pieni di dubbi e tentazioni. Io mi ammalo: cancro alla tiroide. I medici sono ottimisti ma mi dicono che una volta tolti i carcinomi la cura sarà lunghissima ed estenuante… Io invece non ho bisogno di fare neppure un secondo ciclo di chemioterapia perché i medici mi considerano miracolosamente guarita. Dopo questa esperienza, con mio marito ci prepariamo a partecipare al ritiro conclusivo del Seminario di Effusione. Giuseppe ha forti difficoltà nel lasciare il lavoro che sembra complicarsi proprio in occasione dei forti incontri di preghiera. La sera del ritiro Giuseppe parla con due fratelli del pastorale, Laura e Gino, chiedendo preghiera personale e dalla sua bocca escono queste parole: “Se sono qui è perché lo ha voluto Dio! Non me ne andrò a mani vuote!”. Pregano su di lui a lungo. Liberato da tante catene del passato e da situazioni di peccato, Giuseppe sale in camera piangendo come un bambino. Non riusciamo a prendere sonno per l’emozione, il giorno dopo riceviamo l’Effusione e tanti doni spirituali. La nostra vita ricomincia il 19 Novembre  2011, il giorno della nostra Effusione.

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